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Gramsci e l’indottrinamento sinistrato

Leggere gli scritti di Gramsci è sempre un esercizio interessante, specialmente per chi non ne condivide la visione del mondo e della società. Di tutta la sua opera, aldilà dell’ideale, è interessante, nonché estremamente attuale il metodo, la prassi teorizzata per il raggiungimento del potere; conoscere bene questa prassi molto aiuta a comprendere alcuni aspetti della realtà politica e sociale attualmente presente in Italia.

L’orizzonte temporale del pensiero Gramsciano si articola dagli anni ‘20 fino alla morte. Vive i grandi sommovimenti politici dell’inizio del 900, la grande guerra, la rivoluzione russa, il fallimento del movimento operaio in Germania e la presa di potere di Mussolini in Italia; sarà arrestato nel 1926 dal regime fascista per motivi politici, liberato in virtù di un precario stato di salute e graziato poco prima della sua morte, nel 1937.

Sono anni difficili per l’intera Europa quelli che intercorrono tra le due guerre, i fiduciosi entusiasmi della Belle Epoque sono finiti, la tragedia della grande guerra e della crisi del ‘29 segnano profondamente gli animi di nazioni intere, i movimenti operai e socialisti sono diffusi e radicati nell’intera Europa, ancorati all’idea di inevitabilità del socialismo frutto della visione marxista della storia. Tale posizione prevede la scientifica e fisiologica implosione del sistema capitalistico borghese, al seguito della legge marxista della caduta del plusvalore, ovvero(generalizzando notevolmente) la continua diminuzione della redditività degli investimenti industriali in macchine e tecnologie compensata con un sempre maggior sfruttamento della componente umana, il proletariato, ma ovviamente sino ad una soglia critica, che deriva sia da limiti fisiologici,e sia da limiti strettamente economici. Più aumenta lo sfruttamento dell’operaio più aumentano le merci prodotte ,e diminuisce il suo reddito e meno consuma, ma meno consuma e più in fretta diminuisce il plusvalore, un gatto che si morde la coda, a cui si farebbe fronte spingendo verso il credito bancario al consumo. Proprio le cicliche crisi bancarie che si avrebbero ogni volta che i consumi vengono spinti oltre la possibilità di restituire il credito obbliga gli stati, per evitare il tracollo del sistema creditizio a nazionalizzazioni successive di tutte le banche, e di conseguenza anche di tutte le partecipazioni bancarie nei capitali industriali.

Contemporaneamente il proletariato, sempre più organizzato politicamente, finisce per dar la spallata finale in maniera quasi indolore; lo stato espropria i mezzi di produzione e il proletariato conquista lo stato, e inizia quindi la fase della “dittatura del proletariato”, dittatura della maggioranza, il proletariato, verso la minoranza, la borghesia, preludio organizzativo sia economico che sociale all’avvento del comunismo e alla fine quindi di ogni forma di potere statale.

L’uomo marxista è “fattore passivo dei processi produttivi”, egli è determinato da essi e non viceversa e il controllo di essi è per quest’uomo, materialista e ateo, la realizzazione della libertà e della felicità sociale, non è neppure concepita una realtà diversa dal comunismo, le comuni libertà individuali, i comuni diritti umani in quanto definiti per una persona sono duramente combattuti dalla dottrina marxista delle origini, la realizzazione dell’uomo non è nel diritto o nelle libertà, ma nella classe, nel collettivo, nel comunismo, che neppure Marx riesce a definire completamente. Definisce il cammino, la rivoluzione, ma l’età aurea del comunismo rimane anche negli scritti marxisti per lo più un obbiettivo appena definito, importante è intraprendere il cammino, inevitabile di conseguenza la realizzazione dell’obbiettivo.

E così, mentre Gramsci cresce e matura in pieno la sua personalità, i suoi compagni di partito letteralmente aspettano il crollo delle nazioni, organizzano fiduciosi le classi operaie per l’imminente momento storico, che, nonostante innumerevoli lotte ed avvenimenti come i moti politici del 1948, la “comune” di Parigi del 1870, le tensioni drammatiche di fine 800, sembra non arrivare mai. In particolare nel dopoguerra del primo conflitto mondiale sarà per l’intero movimento difficile da digerire il fallimento del movimento operaio oltre che in mezza Europa, ma soprattutto nella Germania, in quanto patria e campo di studio sociale di Marx, ed in quanto in essa la logica della dialettica storica, i passi necessari alla rivoluzione sembravano essere stati percorsi alla perfezione. Dall’altra parte dell’Europa avviene la rivoluzione russa, anche essa serio motivo di riflessione per tutto il movimento in quanto mancava nel vasto impero zarista la classe sociale dalla quale, e per la quale la rivoluzione avrebbe dovuto realizzarsi, le grandi masse del proletariato industriale.

Secondo la dottrina marxista non vi erano le condizioni sociali, non vi era la classe sociale di riferimento, la rivoluzione non era quindi storicamente possibile in quel determinato momento, tutte le condizioni erano invece presenti in Germania, tutte. La sconfitta militare in un conflitto chiaramente “borghese” , un forte movimento politico operaio, grandi masse di proletari, la bolla inflazionistica di Waimar, il sistema monarchico borghese annientato, cosa allora non aveva funzionato? Come mai dove aveva fallito una intera classe sociale era riuscito un manipolo di intellettuali, in una nazione ancora arretrata?

Data la smentita della realtà, come far aderire quest’ultima all’ideologia?

La scienza del materialismo aveva forse una pecca, c’è qualcosa di diverso nel cuore dell’uomo che la prassi non aveva inquadrato? E possibile che oscure superstizioni religiose, fedi e convinzioni personali, tradizioni millenarie, culture popolari, tutta questa robaccia possa contrastare l’ineluttabile cammino della storia, Il sol dell’avvenire?

Capire i motivi profondi che avevano stroncato i movimenti proletari nell’Europa dell’Ovest e l’inaspettato successo della rivoluzione russa diventa il motivo profondo dell’analisi sociale di Gramsci. Partendo da queste due palesi evidenze egli si rende conto del fatto che la logica “massimalista” dell’inevitabile storica rivoluzione deve essere superata. Nell’ala del movimento operaio che in questa posizione si identificava appieno vi erano persone che addirittura negavano il carattere marxista della rivoluzione russa proprio in quanto al di fuori della dinamica storica che lo stesso Marx, in maniera da lui definita scientifica, aveva predetto.

L’adesione assoluta al dogma ideologico chiudeva lo sguardo a tanti.

Gramsci negherà esplicitamente la necessità della presenza di condizioni obbiettive affinché la rivoluzione avvenga e trionfi, quando scriverà che i rivoluzionari bolscevichi sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti. E il pensiero rivoluzionario nega il tempo come fattore di progresso. Negherà che tutte le esperienze intermedie tra la concezione del socialismo e la sua realizzazione debbano avere nel tempo e nello spazio una riprova assoluta e integrale, posizione in verità abbastanza traumatica per tanti socialisti del tempo, praticamente sconfessa una parte del pensiero marxista e contemporaneamente afferma che l’applicazione dell’ideologia anticipa se stessa… Dirà egli stesso in un celebre articolo: “I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico […] se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono «marxisti», ecco tutto; non hanno compitato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai-.

Sarà questa posizione a portare Gramsci alla rottura con il “vecchio” partito socialista, specialmente in seguito al parziale fallimento di un grande sciopero generale degli operai metalmeccanici del 1920, conclusosi con modeste garanzie salariali, dove le divisioni interne e i tentennamenti dei dirigenti del partito socialista e delle Camere del lavoro, daranno a Gramsci la misura della loro mancanza di organizzazione, criterio e metodo. Ad onor del vero va detto che una serie di violenze piuttosto pesanti, operate dalle frange più estremiste del movimento,compresi alcuni processi proletari che si conclusero con un volo dentro gli altiforni dei condannati non agevolarono di certo gli scioperanti.

Al seguito della rottura sarà inevitabile la fondazione del partito comunista italiano insieme ad un nutrito gruppo di compagni di varie correnti socialiste, tra i quali ricordiamo Nicola bombacci, Amedeo Bordiga, Francesco Misiano, Palmiro Togliatti e Tanti altri nel 1921 anche per seguire le linee guida della Terza Internazionale, fondata, organizzata e gestita dai bolscevichi, dopo il fallimento delle altre due internazionali. Lo scopo è quello di sostenere il governo sovietico, favorire la formazione di partiti comunisti in tutto il mondo e diffonderne il credo a livello internazionale. Obbiettivo è sempre la rivoluzione, ma non da aspettare fiduciosi ma da realizzare ad ogni costo, a prescindere dalle condizioni storiche, sociali ed economiche. Dirà sempre Gramsci: «La costituzione del Partito comunista crea le condizioni per intensificare e approfondire l’opera nostra; liberati dal peso morto degli scettici, dei chiacchieroni, degli irresponsabili, liberati dall’assillo di dover continuamente, nel seno del Partito, lottare contro i riformisti e gli opportunisti, di dover sventare le loro insidie, di dover analizzare e criticare i loro atteggiamenti equivoci e la loro fraseologia pseudo-rivoluzionaria, noi potremo dedicarci interamente al lavoro positivo, all’espansione del nostro programma di rinnovamento, di organizzazione, di risveglio delle coscienze e delle volontà». Ossia il progetto è unico, ineluttabile e deve essere raggiunto; altre visioni del mondo, della vita, della realtà non sono neppure concepite o prese in considerazione; tutto deve essere sacrificato: liberta individuali, remore morali, residui di religione, tutto quello che la dialettica marxista chiama “sovrastruttura”, Dovrà essere l’idea a condizionare la realtà, l’ideologia il termine di paragone, i concetti di vero e falso ridotti a: -serve alla causa:vero; non serve alla causa: falso, e se quello che ieri non serviva alla causa oggi occorre, diventa vero….

Tuttavia divisioni interne tra le varie anime e correnti dei fondatori, specialmente tra Gramsci, incline a transitorie alleanze con altre forze politiche se necessario, e l’intransigente Amedeo Bordiga, scontri ideologici con il “vecchio partito socialista e, soprattutto, l’incalzare anche violento del movimento fascista, alzano un muro ai sogni del nuovo partito. Dopo la marcia su Roma Mussolini è nominato primo ministro, il movimento fascista si radica nella nazione senza che neppure Gramsci se ne renda conto, anzi viene fortemente sottostimato; probabilmente l’originalità di fondo del fascismo non era neppure compresa in quanto al di fuori della dinamica classica –stato liberal borghese-proletariato-, Esso era visto come una forma estrema del governo borghese, alla stregua dei vari dittatori monarchici, come Napoleone III in Francia mezzo secolo prima, destinato ad implodere come un rapido fuoco di paglia dopo poco tempo. La realtà degli anni successivi svelerà appieno l’errore di valutazione: il fascismo delle origini, soprattutto le sue componenti più idealistiche, sarà in antitesi con la borghesia forse più degli stessi marxisti, e sfiderà questi ultimi soprattutto sul loro terreno, la giustizia sociale, introducendo, forse per primo in Europa lo stato sociale, con forme di assistenza alla famiglia, alle categorie deboli all’infanzia, agli anziani che in buona misura sono tuttora valide, introducendo inoltre una serie di diritti e garanzie per i lavoratori, nonché il principio di partecipazione attiva alle decisioni aziendale.-elevare la sua dignità, insegnargli a conoscere i congegni amministrativi dell’industria, evitare di questa le degenerazioni speculazionistiche- scriverà Mussolini ancor prima della marcia su Roma.

Questa “nuova” ideologia sottrarrà al partito di Gramsci il malcontento necessario, nonché gli interessi del “blocco sociale” di riferimento, praticamente isolandolo. Persino dopo l’omicidio Matteotti e la scissione dell’Aventino, il regime, dato per spacciato, non cede, e dopo poco chiuderà il Parlamento e le opposizioni politiche, instaurando lo stato autoritario. Gramsci e altri saranno giudicati per reati vari quali la sovversione del’ordine politico, l’istigazione alla rivoluzione e l’essere referenti politici di potenze ostili. Comincia il periodo del carcere, dove Gramsci dedicherà le sue energie allo studio delle dinamiche politiche e sociali, ed elaborerà le teorie della egemonia culturale, che “completano” il pensiero marxista e lo svincolano dalla “rivoluzione” attiva e violenta, ma ne fanno una forma più lenta e raffinata, progressiva e sotterranea di controllo sociale.

L’ “atto” rivoluzionario non è possibile: il nemico è forte e gode di consenso ampio, ma nel momento in cui si capiscono le motivazioni di tale consenso, esso appare non immediatamente necessario. Le classi sociali dominanti infatti eserciterebbero sulla gran massa dei lavoratori, anzi sull’intera collettività, una “pressione” culturale tale da determinarne gli indirizzi sociali e politici, appunto quella che Gramsci chiama “Egemonia culturale”. Un gruppo sociale la esercita quando:«(…) sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo».(Quaderni dal carcere).

Attraverso siffatta egemonia le masse dei lavoratori verrebbero “guidate” verso una cultura, una socialità che non sarebbero corrispondenti ai loro bisogni, ma a quelli delle classi dominanti; gli strumenti sarebbero i media e la scuola, ambedue egemonizzate dalla borghesia. Essi forzano i lavoratori ad acquisire un coscienza falsa di se stessi e della società, mutuate dal mondo borghese, dove consumismo, nazionalismo identità culturali e religiose, ciò che viene definito come Sovrastruttura sociale, o anche “senso comune” prevalgono sul’interesse di classe, unico futuro possibile, unico “significato” possibile della realtà.

Il senso comune é quindi non autonomo, frutto dell’esperienza, del rapporto con il reale, ma è determinato da un condizionamento continuo, attuato dai rappresentanti culturali della classe egemone, nonché dagli esponenti religiosi. Verso questi ultimi, in particolare i membri della chiesa cattolica romana, sarà mossa un’ accusa se vogliamo paradossale: quella di aver negato l’esistenza delle classi sociali imponendo ad esse lo stesso dogma religioso. L’aver sostenuto davanti a Dio che tutti gli uomini sono uguali, nonostante le evidenti differenze sociali, avrebbe rallentato la formazione della coscienza di classe, in altre parole le classi sociali nascono dalla “differenza”, lavorare per eliminarla, o per renderla meno evidente è dannoso per la classe stessa.

Una volta “smontato” il meccanismo, Gramsci capisce che può e deve essere ribaltato, usato per conquistare il potere; la supremazia senza guerre o rivoluzioni violente, in maniera indolore e senza rischi. Occorre solamente percorrere i giusti passi e dotarsi dei mezzi necessari. Se prima ci si era concentrati sull’aspetto del “dominio” di classe ora la visione diventa più ampia. Scriverà sempre nei Quaderni «La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente».

Dominare e dirigere, requisito fondamentale è che la differenza che genera la classe deve essere continuamente alimentata, la classe é la base del movimento marxista, che si tratti di proletariato industriale o agricolo come nella Russia prerivoluzionaria. Essa deve esistere per confermare l’ideologia, l’uguaglianza e nemica della prassi, essa è frutto della borghesia, o del delirio cattolico. Solo la classe sociale per definizione, la classe operaia è depositaria del vero.

Un vero che, come abbiamo visto, pensa l’uomo a partire dalla relazione economica, dal fattore produttivo di cui egli, ricordando sempre Marx, ne è fattore passivo. La relazione tra uomo e fattori produttivi rappresenta l’unica “struttura” della società, e contemporaneamente afferma ciò solo come verità dell’idea, pensata, estrapolata da visioni puramente teoriche, se non proprio i punti di vista di un piccolo gruppo di persone che in realtà confonde la propria opinione con la scienza, e spesso, se necessario, adatta quest’ultima all’opinione.

E per poter fare ciò bisogna conquistare l’egemonia culturale e sostituire alle attuali elite culturalmente dominanti le proprie. Gramsci è molto chiaro nel metodo, per far questo occorrono gli intellettuali, categoria che per lui riveste una importanza fondamentale. A suo avviso tutti gli uomini in parte lo sono, «non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’ homo faber dall’ homo sapiens», ma solo alcuni esercitano in modo prevalente e cosciente tale attività, a tutto campo; di questi certuni esercitano la loro “attività” svincolati da ogni forma di governo, e altri, enormemente più importanti, praticano la loro funzione collegati e legati ai gruppi di potere, sono gli “intellettuali organici” e sono il perno dell’egemonia culturale, ne rappresentano il pensiero, la voce e l’immagine.

Attraverso di essi la “classe” comincia ad imporre i propri schemi sociali e mentali; anzi, in principio il loro ruolo è di smontare e rendere sempre meno credibile il “vecchio” modello comportamentale, i “vecchi” valori, la famiglia la dignità, la libertà individuale, tutto, dagli affetti alla sfera sessuale deve tendere a svecchiare, a liberare l’uomo, e farlo pronto per i nuovi valori. In realtà l’uomo deve essere “isolato”, la sua ricerca del vero sostituita con il “giusto” affinché trovi poi nel collettivo, nella classe la ragion d’essere. Tutto ciò che dà alla vita “profondità”, che stimola al senso critico e alla libertà di giudizio, deve essere smantellato, anzi pian piano delegittimato, lo stesso valore del lavoro come atto creativo, come realizzazione di sé, sostituito con il mito dell’industria e della macchina che libererà l’uomo dalla fatica fisica, dall’abbruttimento, donandogli tempo e libertà. Il primo diventerà un non tempo dilatato da riempire disperatamente, la seconda diventerà dipendenza dalle macchine,

I canali devono essere tutti quelli possibili: il libro, il cinema, i giornalismo e la musica, la televisione, conquista recente, neppure concepita ai tempi di Gramsci.

Utilizzare la libertà come bandiera, la stessa che si deve poi abbattere perche nemica di classe.

L’intellettuale, inoltre, in quanto organico agisce facendo “sistema” con gli altri elementi di classe, i sindacalisti, i leader politici e coloro che pian piano hanno ricevuto il compito di occupare posizioni chiave all’interno degli apparati statali; anche questa prassi è cardine dell’egemonia, soprattutto le posizioni chiave all’interno della pubblica istruzione e della magistratura. Afferma Gramsci che è necessario nello studio porre in risalto tutte le situazioni che possano far avvicinare naturalmente le nuove generazioni al comunismo. Egli non utilizza il termine “manipolare”, ma il meno compromettente porre in risalto gli avvenimenti della storia, l’insistere sulle discriminazioni le guerre, la miseria, le ingiustizie delle vecchie nobiltà paragonate alla giustizia di classe, tutto quello che può esser risolto dal comunismo. Prassi da utilizzare anche a livello della letteratura, della poesia, prese negli aspetti più affascinanti da rapportare poi alla “letteratura” borghese, spesso comodamente presa nei suoi momenti e autori meno felici.

Il comunismo si affermerà “possedendo” il linguaggio stesso con cui la storia, la letteratura, le scienze umane, sociali ed economiche comunicano, esso deve tendere a…, deve diventare metodo, e controllare i luoghi ove si crea e si amministra e vitale, in fondo esso non possiede nient’altro che dialettica, il trionfo della dialettica,

Conquistare la magistratura è altrettanto importante, garantisce la virtuale impunità, o la punizione apparente di coloro che vengono accusati di combattere lo stato per diffondere il comunismo, ed inoltre fornisce i mezzi stessi per controbattere questi ultimi sul terreno della legalità. Non è necessaria la colpevolezza, ma il sospetto, amplificato dai media, per rallentare una carriera politica non gradita, tutto questo muovendosi in un blocco unito, facendo sistema. Una volta che i modelli comportamentali, in un periodo di tempo più o meno lungo, verranno completamente interiorizzati, trasformati in consuetudine il salto verso il comunismo sarà praticamente indolore, dopo la fase dell’egemonia culturale l’egemonia politica, il dominio di classe, che non prevede il ritorno indietro, le libertà individuali e civili che hanno consentito la conquista non devono, non hanno più ragione d’essere.

Tuttavia l’evidenza del vero, del reale, dell’affettività e spesso la semplice ragione intesa come Ratio pura, nel momento in cui concentra lo sguardo non può non cogliere i paradossi continui che l’ideologia si porta dietro, la stessa base teorica che fa determinare l’uomo dal rapporto economico, che fa coincidere solo con questo l’origine delle strutture sociali, richiede una negazione della propria statura, della propria dimensione, della propria profondità. l’evidenza che il senso comune non può essere costruito a tavolino, che esiste come rapporto con la realtà anche nelle comunità che non sanno neppure cosa siano le classi sociali, lo stesso osservare che affinché le teorie dell’egemonia funzionino in maniera completa l’uomo non deve possedere la liberta di giudizio, il “libero arbitrio”, ma deve essere manipolabile in maniera scientifica, cosa evidentemente non del tutto vera, pone le intelligenze più vive davanti al dubbio, all’incertezza, gramsci lo capirà bene quando parlerà di “disciplina di partito”, ossia di come superare l’evidenza delle contraddizioni che la realtà pone davanti.

 

Categories: politica

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