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Nè Marx, nè Lenin, nè Stalin, nè Mao

L’impostazione è nota: il «socialismo reale» non è stato «vero socialismo», lo stalinismo è una depravazione che non ha niente a che vedere con il leninísmo, Marx è incolpevole. I reduci del comunismo autoritario, aggrappati agli ultimi brandelli di vita di un’ideologia che ha dato bancarotta a livello mondiale, continuano a procedere, pur perseguendo nelle reciproche consuete ed interminabili diatribe, nel solco di sempre. Paiono convinti, gli uni e gli altri, che sia sufficiente un’attestato di eterodossia (cosa assai semplice a ottenersi in campo marxista), aver contestato i partiti comunisti «ufficiali», essere stati a loro volta tacciati di «revisionismo», non aver condiviso il potere, per aver titolo ad estraniarsi dai crimini del socialismo realizzato. Crimini prodotti da un impianto istituzionalmente volto alla conquista di un potere assoluto «Trotskisti» e leninisti «ortodossi» fanno finta di dimenticare e qualificano come incidenti di percorso necessari ed inevitabili (che quindi ripeterebbero anche oggi), la repressione militare dell’Ucraina rivoluzionaria e della Comune di Kronstadt (1921), il «comunismo di guerra», la militarizzazione delle fabbriche, l’eliminazione dei diritti dei lavoratori, la pena di morte ed i campi di lavoro per i dissenzienti dell’immediato dopo-rívoluzione. Nessuno si interroga (per dire finalmente che è un assurdo teorico totale e -reazionario) sul concetto di dittatura «del proletariato» formulato dal «grande vecchio» già nel «Manifesto del Partito Comunista» (1848). In realtà il marxismo non ha mai avuto, nè avrà mai, una teoria della democrazia politica, né un’impostazione radicalmente volta alla libertà. Da ciò discendono analisi sfalsate anche sui fatti odierni. Per molti è difficile capire come l’intellighentia che fu del PCUS – cresciuta con l’idea che l’unica democrazia possibile sia quella economica e che questa possa esistere senza una democrazia politica, ma al tempo stesso insieme invece ad una ristratificazione sociale accettata come incidente di percorso nella via del comunismo – abbia semplicemente capovolto la scala dei propri valori ponendovi all’apice, quale archetipo di insuperata ed insuperabile perfezione, il capitalismo occidentale. Già, ma i militanti di partito sono stati allevati al culto del vincitore (la ragione era prima di tutto di chi vinceva e di chi aveva dalla sua parte le «masse»), ed oggi a vincere è il capitalismo.
Il tutto viene invece esorcizzato dando la colpa dell’esperienza fallimentare della statalizzazione totale all’assenza di forme statali moderne e, nei più critici, ad una rozza ideologia del «deperimento dello stato».
Per quanto riguarda la democrazia politica, si pensa unicamente ad una maggiore democrazia di partito nell’ambito di un sistema a partito unico. Il vero colpo per i vetero-comunisti nei recenti accadimenti sovietici è stato lo scioglimento del PCUS, che ha dissolto le ultime illusioni rispetto ad un’autoriforma dello stesso e tutt’alpiù al sorgere, sempre all’interno di quel ristretto ambito, di un dibattito politico da parte di classi o gruppi d’interesse. Basti pensare alle gravi ambasce di «Rifondazione Comunista» dì fronte al «nuovo Gorbaciov».
Per chi è abituato a dipendere dai modelli e logiche organicistiche, economicistiche e storicistiche, i problemi si pongono sempre secondo apparenti dicotomie di segno idealistico. Ecco il perchè della svolta del PDS, la cui maggioranza ha gettato a mare l’idea stessa di comunismo, non potendo non concepire come unica alternativa l’altro lato della medaglia sullo scacchiere internazionale. Dall’altra parte i vari comunisti continuisti, che imputavano ad Occhetto sino ad un anno fa di aver sbagliato l’«analisi e la prognosi sul PCUS» (Rossana Rossanda, «il manifesto», 21/V90).
In poche parole la «riforma» può essere data solo all’interno del tracciato segnato dal corpo dottrinario. Tutto ciò che si muove o che deborda all’esterno è dichiarato eretico. Il limite maggiore del marxismo sta proprio nella sua presunta «scientificità», che pur rovinata pesantemente al suolo, continua a costituire un archetipo al di fuori del quale non è dato sperimentare, pena l’anatema e l’abiura. L’opzione anarchica dei comunismo libertario, principale obiettivo della guerra senza esclusione di colpi impostata a sinistra dagli ex, cosi come dai neo-comunisti, non ha spazio fra le ipotesi possibili. D’altra parte, dignità Ai sistema» viene riconosciuta solo all’antagonista capitalismo, che ha per la libertà politica una pratica altrettanto strumentale: vecchia e «nuova» sinistra sono sempre entrate in crisi, pur nel pieno della critica al «socialismo reale», sulla questione del capitalismo di stato, spesso negando l’evidenza di. quella che si è creata in URSS e Cina e nei paesi satelliti. Non potevano accettare il dato di una complementarietà di fatto fra i due sistemi, che invece il capitalismo occidentale aveva riconosciuto da tempo e che è stata dimostrata sempre di più dallo svolgersi degli avvenimenti fino ad oggi.

 

Comunismo nostalgico e democrazia reale

Uscire dal seminato, costretti ad-una battaglia titanica contro loro stessi nel gioco pericoloso di allargare le sbarre di un’impostazione nata chiusa a priori. Il fine è quello di tentare di conciliare l’inconciliabile: libertà politica e dittatura, eguaglianza economica e ventaglio salariale, lotta per la democrazia e monopolio a sinistra, sindacati ridotti a mere cinghie di trasmissione del partito e sviluppo autonomo delle contraddizioni nel mondo del lavoro, autogestione e rigida pianificazione centralistica, seguendo una strada già usata dagli ex-comunisti. E comunismo nostalgico rimane così elemento interno alla «democrazia reale», la cui crisi, peraltro, speriamo si approssimi.
Allo stesso tempo il concetto di «egernonia» cerca un approccio con la richiesta etica che viene dalla società civile: «della possibile riconversione ad un controllo etico-politico dell’innovazione tecnologica per effetto della crisi ambientale.. . un regolatore etico-politico non più totalitario, applicato ai processi scientifico-tecnologico e per il loro tramite a quelli economico-produttivi, sarà il solo cui si possano, forse tardivamente, affidare le speranze di salvezza della civiltà e della stessa crescita economica ridimensionata e ridistribuita» (è l’ecomarxista Giuseppe Prestipino su «il manifesto», 10/8P90). Il pensiero va automaticamente a Murray Bookchin ed all’ecologia sociale con cui tutti oggi devono fare i conti, ma che non è possibile altro che in una società non solo liberata dal dominio e dall’ottica del profitto, ma astatale, federalista, comunalista, libertaria, che ha le sue radici teoriche in «Campi, fabbriche, officine» del 1898 di Pétr Kropotkin.
D’altra parte il pragmatismo assoluto di matrice marxista non sarà mai sufficientemente decantato. Mentre in Romania, Bulgaria ed addirittura in Albania, il partito è pronto a divenire persino «anticomunista» pur di conservare il potere, in Cina, dove la libertà è ancora un «concetto borghese» (Lenin), e dove si coniuga allegramente l’imitazione dei sistemi produttivi giapponesi e della Corea del Sud con il collettivismo neo-feudale delle campagne, il sociologo He Xin, braccio destro di Deng, sostiene testualmente la necessità di riproporre il marxismo come religione, quale veicolo unificante di massa per l’industrializzazione e la modernizzazione. Secondo lui il «marxismo scientifico» è fallito e può sopravviverne l’immagine solo con tale accorgimento. Non sarà inutile sottolineare come appunto tale pragmatismo provenga proprio da una ex guardia rossa che ha ben conosciuto il culto della personalità. Il marxismo, giunto all’ipogeo, si legittima quindi ormai unicamente come strumento di dominio, buono per tutti gli usi in ordine alle esigenze di quella nuova classe che ha così bene saputo veicolare e tradire le istanze di base e di emancipazione del movimento dei lavoratori, irretendolo in una operaiolatria utile ai «professionisti della politica» per impostare il proprio dominio di classe, raggiunto tramite la gestione di un’economia statalizzata nel nome di tutti, ma gestita da pochi.

Questa concausa ha la sua rilevanza nella rimozione sistematica della matrice anarchica. Se vi è infatti un dato oggettivo inconfutabile oggi come ieri, nonostante i grandi mutamenti avvenuti, è la congiura del silenzio che sui temi, le idee, la tradizione del movimento anarchico, viene operata congiuntamente nel mondo politico, quasi che un pezzo di storia sia stato rimosso con un colpo di spugna. Il pluralismo rimane ancora un tabù per tutte le organizzazioni di matrice comunista, in particolare rispetto alla teoria comunista anarchica, che pure non è elemento casuale ma estremamente ricco di testi, esperienze e presenze. I « i rinnovatori», per parte loro,
pur rendendo, ed in modo spesso pedante ed interessato, i dovuti omaggi alla sinistra liberale, giustizialista ed azionista e facendo la corte alla socialdemocrazia, evitano in modo scientifico l’argomento, e ne abusano a proprio piacimento con furbeschi mascheramenti (è il caso dell’aggiunta del termine «libertario» inserito a qualificare lo statuto del (PDS). Come «sostituto» si utilizzano i radicali e la presenza costante di Pannella ai «festival dell’Unità» e di «Cuore» sta a dimostrarlo.

 

Una questione vecchia

Anche rispetto alla riabilitazione delle vittime politiche del regime bolscevico sarà utile sottolineare come pochi a sinistra, a parte i diretti interessati in URSS, hanno mai menzionato gli innumerevoli militanti anarchici uccisi, internati o fatti sparire dal ’21 ad oggi. Peraltro, solo nell’agosto ’90, Gorbaciov, con apposito decreto, ha stigmatizzato unicamente le persecuzioni staliniane, ed in Italia, ancora un anno fa a sinistra c’era chi si meravigliava che in URSS vi fosse la richiesta di una Norimberga sovietica: «un processo ai sopravvissuti ed ai morti della nomenklatura repressiva staliniana (e post-staliniana), quando non al PCUS stesso». Auspicando invece: «l’annullamento di alcune decorazioni, il cambio di nome di alcune strade, la revoca di alcuni privilegi, per dare ai cittadini l’idea che lo stato ha davvero cambiato natura» (Astrit Dakli, «il manifesto», 15/8/’90).
Eppure l’antisemitismo, la deportazione di massa ed il genocidio di milioni di contadini e di intere etnie, non sono qualitativamente «diversi» se gestiti da uomini con al braccio fascia rossa e falce e martello.
Oggi, in Unione Sovietica sarebbe in corso «un esplodere di forze più democraticiste che democratiche». E’ di nuovo Rossana Rossanda a parlare («il manifesto», 27/8/’91), che poi conclude: «Chi è comunista ha motivo di molto dolore, di molta fatica, ma di nessun rimpianto».
In tali brevi frasi è racchiuso l’elemento costitutivo della differenza fra anarchismo e marxismo: il diverso peso dato all’idea stessa di libertà. Secondriamente, l’impostazione rigidamente giustificazionista che vi traspare, ricorda il primato dell’autonomia del politico, contrapposto al primato dell’etica assunto in campo libertario.
Per il bolscevismo la libertà è prioritariamente libertà dal bisogno, da raggiungersi tramite l’organizzazione centralizzata ed autoritaria della produzione; per l’anarchismo essa rimane elemento impensabile se all’eguaglianza economica non si affianca una totale libertà politica. Per il bolscevismo la libertà politica è distorsione e «pregiudizio borghese», per l’anarchismo la libertà «borghese» è libertà condizionata, democrazia delegata cui sostituire la democrazia diretta e la piena libertà politica. Secondo l’impostazione giacobina il fine giustifica i mezzi; secondo quella anarchica il mezzo usato diviene discrimine fra elemento di progresso e di conservazione. La dittatura non può produrre che autoritarismo, delega, disuguaglianza. Anzichè liberare l’uomo dal bisogno, riprodurrà lo sfruttamento.
La questione è vecchia, ma pur sempre di attualità. E’ impressionante come, rileggendo la risposta(Anarchia e comunismo «scientifico») che Luigi Fabbri scrisse nel 1922 per confutare le saccenterie antianarchiche di Nicolaj Bucharin, si possa riscontrare – pur nella brevità di un testo necessariamente sintetico edito, come pamplet – l’analisi puntuale delle cause della crisi sovietica.

 

Dai giacobini ai leninisti

Lo scontro fra chi ritiene di poter usare l’autorità per emancipare l’uomo e chi pensa che ciò sia impossibile è già tutto contenuto nella rivoluzione francese. In quella occasione i fautori di un rafforzamento del potere centrale tradirono in primo luogo la tendenza a reprimere la democrazia diretta, e le istanze che sotto questo profilo venivano espresse dagli «hebertisti», dai sanculotti e dagli «arrabbiatí». Tutto ciò coincise con un alleggerimento della pressione contro quei gruppi di potere che, approfittando degli eventi, riuscirono ad incarnare la nuova dirigenza. Col pretesto di colpire i controrivoluzionari si eliminavano i rivoluzionari. Nessuna democrazia politica: già da allora si affermava l’esclusione persino del pluralismo a «sinistra».
Le componenti libertarie venivano già definite anarchiche. Nel quadriennio 1789193, con il Terrore. si ha l’avvento del potere borghese. Si dà l’inizio alla canalizzazione ed alla strumentalizzazione delle aspirazioni popolari: gruppi «d’avanguardia» daranno sempre nei momenti cruciali, con un intuito eccezionale, la scalata ai vertici delle organizzazioni rivoluzionarie e degli organismi espressi dalle lotte egualitarie.
Il marxismo in seguito fornirà la legittimazione teorica all’evoluzione di un certo tipo di dominio e quindi diventerà oggettivamente un veicolo del trasformismo, in particolare per l’intellighentia proletarizzata. L’apparato del «partito proletario» perpetua l’impostazione giacobina, operando «per conto delle m-asse» sulle masse stesse, Marx, di formazione idealista, traspone in termini socialisti l’idea di Hegel, il quale inchinandosi di fronte alla rivoluzione francese, definita «superbo levar del sole», intravide l’idea di uno stato che da espressione di una volontà generale divenisse strumento realizzatore della volontà universale (sorta di deus ex machina). Tutto ciò in Marx viene trasposto nello «stato socialista», atto a garantire «il processo di estinzione delle classi». Marx è stato definito «il Machiavelli del socialismo» (di stato).
Nella sua analisi lo stato è un apparato di dominio nato per consolidare e mantenere il potere delle classi egemoni: una struttura autoritaria nata come garante dello sfruttamento. Ciò nonostante ne prevede un utilizzo in chiave liberatoria, per l’emancipazione sociale. Lo stato proletario appare quindi come una contraddizione di termini: si ipotizza l’uso di uno strumento che si riconosce a priori come autoritario e fautore di coercizione, per favorire lo sviluppo della libertà. La logica coercitiva viene ulteriormente rafforzata dalla cosiddetta «dittatura del proletariato». Sfugge il fatto che tramite l’apparato. di partito si possa produrre la rinascita di una classe di nuovi padroni. Questo è il tema delle critiche di Bakunin a Marx.
I marxisti, pur riconoscendo nei giacobini I’ espressione di ideali ed interessi borghesi, non riescono che a copiarne i metodi, ma questi metodi non possono essere presi a parte dall’idea che li ha partoriti. Nonostante le illusioni del Marx giovane, lo stato socialista pianifica il dominio in una sorta di «idealismo» economico sempre incompiuto, perpetuando la discriminazione fra lavoro manuale ed intellettuale; con una sua burocrazia e meritocrazia partitica, ripropone il ventaglio salariale e l’accesso solo per una minoranza al godimento di beni e servizi di lusso. Inoltre l’immaginario collettivo abituato alla dittatura sarà il meno adatto a concepire l’autogestione.
Lo stato proprietario sarà legittimato ad eliminare ogni contraddizione: il punto più debole di tutta la costruzione marxiana, l’utopia negativa, è nel pensare che lo stato possa eliminarsi da solo. L’ anarchismo, viceversa, propone la rottura immediata con la struttura del dominio, e la democrazia politica come autogoverno senza coercizioni rispetto a libertà d’opinione e di sperimentazione, l’abolizione del lavoro salariato, l’esempio comunista, ed imposta l’attitudine all’autogestione già nelle strutture politiche che esprime.
Prima dei leninisti, anche i giacobini entrarono in crisi esercitando il potere: per alcuni la rivoluzione era stata innanzitutto un’esigenza sorta dalla base, le cui istanze dovevano venire appoggiate e solo mediate dall’avanguardia. Furono i primi a sperimentare il patibolo. Viceversa i fautori di una rivoluzione interamente determinata e gestita da una élite, gli stessi che eressero la ghigliottina, vennero poi massacrati a loro volta dai fautori degli interessi della borghesia maturati durante la rivoluzione, quando questi furono certi che non gli sarebbero più serviti. Questo è accaduto anche in URSS e nelle rivoluzioni che il marxismo ha espresso. Le giustificazioni teoriche, come «il socialismo in un solo paese», sono un mascheramento di nuovi interessi. L’esperienza di Guevara, distaccatosi da Cuba (ed abbandonato nella sierra boliviana) perchè contrario alla dipendenza dell’economia cubana da quella sovietica, è un esempio prodotto da un sistema che aveva assunto in sè anche i caratteri dell’etnocentrismo e del colonialismo.

 

Il ruolo del partito

Oltre le «buone intenzioni» rimane un dato di fatto: un sistema di valori si esplicita, al di là dei fini, già nei mezzi che propone. E nonostante le cortine fumogene tese a celare quali «deviazioni» tutti gli errori, diviene sempre più evidente un elemento fondamentale: le prime vere forme di «revisionismo» (e di riformismo) in campo socialista, nacquero e si propagarono proprio da quelle idee che prefigurarono come possibile un «uso rivoluzionario» dello stato ai fini dell’emancipazione umana. Il «rivoluzionarismo» marxista-leninista esprime un progetto altrettanto «revisionista» che la «socialdemocrazia», la quale trae pure origine da concezionimolto vicine al marxismo stesso, teorizzanti per la lotta politica l’uso degli ingranaggi elettivi «rappresentativi» concessi nell’ambito del capitalismo «classico» e la statalizzazione progressiva dell’economia e dei «servizi», tramite «riforme di struttura». tanto che, per liberarsi dalle strettoie di un diktat ingombrante, quando si vede costretta a rigenerare un discorso programmatico di economia mista, la socialdemocrazia è altresì costretta ad abiurare completamente il marxismo (vedasi in Italia la «riscoperta» di Proudhon) ed a ricercare altrove, tradizionalmente nel liberalismo o strumentalmente nell’anarchismo, un nuovo retroterra teorico.
Il marxismo garantisce di fatto nel corso degli anni la continuità di una linea autoritaria ed illibertaria, ove la pratica della sopraffazione e della calunnia contro gli oppositori viene elevata a sistema, poichè pur non avendo una teoria della democrazia politica si considera unico depositario della vera scienza sociale.
Il percorso segnato deve seguire tappe obbligate; il piano economico è quello determinante: alla presunta mutazione dei rapporti economici viene subordinata in modo meccanico la trasformazione dei rapporti sociali. Ma anche la trasformazione economica stessa viene demandata al dopo-rivoluzione. Neanche la rottura epocale basta al cambiamento e vi è quindi un doppio rimando: l’attuazione piena del comunismo è di là da venire, non ha termini precisi la fase di transizione, che può così, come è avvenuto in URSS, prolungarsi all’infinito. Per l’immediato ci si avvale unicamente di una pratica politica che prende a prestito strumentalmente qualsiasi mezzo ritenga opportuno, se considerato utile in funzione della strategia della conquista del potere. Il programma dei partiti comunisti marxisti-leninisti è così riassunto. Non esiste nell’oggi uno sforzo teso a preconizzare una società futura già nei rapporti interni alle organizzazioni politiche e sindacali. Queste sono tutte strutturate specularmente a quelle reazionarie, in modo gerarchico e coercitivo.

 

Machiavellismo politico

Parallelamente il corpo sociale viene subordinato al partito. Prassi e teorie che si pongono in modo nettamente antitetico rispetto a qualsiasi forma di organizzazione orizzontale ed autogestionaria espressa direttamente dalla società al di fuori del partito-guida. Si nega quindi già nell’oggi ciò che si dichiara di voler costruire nel futuro, subordinando sin dal suo apparire al machiavellismo politico ogni lotta, ogni aspirazione, ogni esigenza espressa a livello di base. Tutto ciò che non è controllato dal partito viene vissuto necessariamente come potenziale fonte di pericolo, e sovente nella storia si vede come il comunismo di stato abbia preferito la distruzione ed il fascismo (vedi il patto Molotov-Ribbentrop e l’assassinio della Spagna libertaria), al libero sviluppo del comunismo autogestionario.
Il partito, l’avanguardia, nella concezione giacobino-marxista, non possono mai essere del tutto assorbiti nel movimento dei lavoratori, non sono mai (differentemente dalla convinzione corrente) completamente interni al movimento di classe» e tanto meno alle realtà culturali e d’opinione, giudicate come secondarie anche se utili strumentalmente. Essi esistono per dirigere, codificare, analizzare e pianificare. La promozione di conflittualità è unicamente strumento del potere, potere in primo luogo di gestire secondo parametri predeterminati la conflittualità stessa.

 

Nuova sinistra e problema dell’etica

La «nuova sinistra», alle prese con l’intransigenza delle «chiese madri», non ha fatto altro che riproporre le forme più sclerotiche di avanguardismo. Strategie politiche che, di fase in fase, sono passate da un velleitarismo opportunista e parlamentare (fronte popolare con le sinistre tradizionali) ad un avventurismo senza sbocchi («tanto peggio, tanto meglio»). Non ci si può scordare, per rimanere a nostro paese, delle azioni deliranti messe in atto senza tenere nel minimo conto i livelli obiettivi di crescita e comprensione delle masse sfruttate, le prevaricazioni operate a più riprese sulla volontà collettiva, la proposizione di strategie calate dall’alto, il militarismo di maniera, la grossolana retorica movimentista mascherante la realtà di occulti gruppi dirigenti «professionali» intenti a manovrare il ribellismo, ad emettere sentenze «in nome del popolo», oppure a giudicare secondo parametri squisitamente dottrinari la giustezza o meno delle richieste e delle tensioni espresse dalla società civile e dal mondo del lavoro.
Tutte «amenità» nate e vissute sotto il segno della «autonomia del politico», con il suo congenito disprezzo per l’etica.
La causa è nell’arroganza di un sistema totalitario che ha prodotto mostri ovunque è comparso sulla scena: Castro che sottopone gli omosessuali ad elettroshock non è diverso da Pol Pot, da Mao che stermina la Comune di Canton, né dai vari Togliatti, Longo e Vidali che dirigono gli assassini e i torturatori pugnalando alle spalle la rivoluzione spagnola. Un vero e proprio fascismo rosso, che anche dalla «nuova sinistra» è stato introiettato e riproposto in modo esaltato ed enfatico per lunghi decenni.
E’ davvero assai singolare che tendenze, fanatismi ed una formamentis di tale genere abbia potuto accompagnare così da vicino, in un insieme schizofrenico, movimenti d’emancipazione e realtà giovanili che hanno trasformato il costume ed i rapporti umani sul piano del personale. L’affrancamento dal giogo del lavoro salariato ed alienante, dalle ruolizzazioni forzate, dall’impostazione sessuale e sessista, la lotta per la libertà d’espressione e di comunicazione a tutti i livelli, anche religiosa, per i sottovalutati diritti umani e delle etnie, il rinnovamento artistico ed il rispetto per l’unicità dell’individuo e le sue prerogative, che masse intere hanno perseguito, facevano veramente a pugni con l’incubo di una simile intolleranza annunciata. Ricordiamoci del «realismo socialista», dei matrimoni di partito, via via sino agli scontri per bande.

 

Un passo in avanti

Di fronte ad esiti inconfutabili e che parlano chiaro, occorre sedimentare una coscienza radicalmente diversa e realmente rivoluzionaria, capace finalmente di fare terra bruciata attorno all’intolleranza. Occorre distruggere, una volta per sempre, il terreno di coltura di simili aberrazioni, fertilizzato dagli schieramenti dogmatici ed incomunicanti, da «scelte di campo» omologate ed appiattite secondo i canoni di massimalismi di maniera pronti a dare la priorità alla demagogia barricadera di «avanguardie» che hanno piegato a volte anche il campo libertario ad un’attitudine acritica, in uno scontro apparente fra concezioni del mondo in realtà complementari una all’altra. Che dava cosi poco peso alla libertà, in una scala di valori sfalsata, secondo la quale dittatura e democrazia sarebbero la stessa cosa; in un internazionalismo piatto dove per forza il «bene» doveva essere tutto da una parte rispetto a sistemi di dominio complessivamente a noi estranei. Restringendo l’attenzione critica sui valori della rivoluzione ai minimi termini e piegando la strategia della libertà a scadenze e scansioni non sue.
Ancora oggi si scontano simili impostazioni in una visione deformata della questione mediorientale, in un appoggio acritico ai sandinisti nicaraguensi (anche quando vietano il diritto di sciopero) o magari addirittura a Gheddafí e Saddam Hussein, nel silenzio totale sul Tibet, in una rinuncia a combattere con ugual forza i totalitarismi imperanti e discernere con capacità critica le differenze fra i sistemi di dominio. Una diminuita precisione d’analisi che ha reso difficile l’operare in realtà che sono di fatto diverse e differenti nelle contraddizioni interne.
La svolta epocale è gravida di incognite e dei rischi di una ristrutturazione planetaria apertamente monodirezionale. Ma nessuno si sente orfano: alla storia si risponde con atti politici, non accusando il destino o il solito «nemico di classe». Il collettivismo burocratico è in via di estinzione perchè sin dall’inizio si è confrontato sullo stesso terreno e con gli stessi metodi con un sistema che è divenuto il suo alter ego: non aveva alterità da contrapporre.
Dopo una pesante cappa di piombo, il mondo ha fatto un passo in avanti, non foss’aItro perchè il movimento d’emancipazione va affrancandosi dalle catene interne di una grande menzogna planetaria: il marxismo politico. L’analisi economica di Marx mantiene un significato storico nella denuncia dello sfruttamento, ma perde l’aura ieratica, la saccenza sacerdotale dello scientismo ed il significato millenarista che le erano stati attribuiti, costretta di nuovo alla più terrena dimensione empirica, mentre riemergono non smentite dalla storia le impostazioni proudhoniana, bakuninista e malatestiana. Ed al di là di ciò, nel domani non si affermerà mai più un’ utopia totalitaria che d’ora in poi è attesa solo da rigurgiti senza speranza.

 

Stefano Fabbri
Questo articolo è tratto da A-rivista anarchica n° 185 dell’ottobre 1991

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